8 settembre 2008 – 16:00 CET
Archiviamo ancora una settimana all’insegna del dollaro forte, che ha proseguito senza incertezze la tendenza in atto nei confronti di tutte le principali valute, mostrando qualche segnale di rallentamento solo nel pomeriggio di venerdì a seguito di dati occupazionali peggiori delle attese. In particolare, il dato USA sui Non-Farm payrolls ha evidenziato una diminuzione di 84000 posti di lavoro nei settori non agricoli nel mese di agosto (contro attese a -71000) e l’occupazione è salita al 6,1%. La paga media oraria è invece aumentata, ma leggendo questo dato alla luce della disoccupazione, esso non è un segnale positivo e anzi evidenzia che chi non ha perso il lavoro sta chiedendo stipendi più alti per contrastare l’inflazione, rischiando di innescare una pericolosa spirale prezzi/salari. In ogni caso i mercati non hanno reagito in modo particolarmente violento contro il dollaro quando tali notizie sono state rilasciate, perché esse non si discostavano in misura rilevante dai dati attesi e già scontati dal mercato.
Domenica è arrivata la notizia della nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del Tesoro USA, di cui parlavamo in un precedente report qualche settimana fa. Spiegato in termini semplici, queste due enormi società statunitensi comprano e rivendono pacchetti di mutui, per un valore pari a metà del mercato immobiliare statunitense, ed erano evidentemente in difficoltà data la crisi dei mutui e l’insolvenza dei debitori finali. Un eventuale e tutt’altro che improbabile fallimento avrebbe avuto conseguenze sui mercati statunitensi e mondiali paragonabili a quelle della grande depressione del 1929 quando, bisogna ricordarlo, il Governo e la Federal Reserve, dopo una pessima politica dei tassi, non intervennero in modo sufficiente a sostegno della liquidità delle banche, nonostante la Fed fosse stata originariamente istituita proprio per far fronte a tali emergenze.
Dunque, la politica non interventista di Bush ha dovuto cedere di fronte al rischio “Fannie e Freddie”, con un costo non immediatamente quantificabile dato che non è possibile sapere a quanto ammonterà l’insolvenza dei debitori finali dei mutui; tuttavia le prime stime ammontano a circa un terzo del prodotto interno lordo statunitense. Il governo potrà pescare nelle tasche dei cittadini oppure, con un occhio alle elezioni, potrà semplicemente stampare nuova moneta per metterci una pezza fino alla fine dell’anno. Nel primo caso i consumi si contrarranno a causa di una diminuzione della fiducia e di un minore reddito disponibile, mentre nel secondo caso l’inflazione raggiungerà livelli molto elevati.
I mercati azionari mondiali hanno reagito in modo euforico alla notizia del salvataggio e registrano tutti rialzi tra il 3 e il 4%, mentre la reazione sui mercati valutari è stata contrastata. L’apertura serale di domenica ha evidenziato un forte indebolimento del dollaro americano, con EURUSD e GBPUSD che hanno guadagnato rispettivamente 150 e 200 punti rispetto alla chiusura di venerdì sera. I due cross hanno poi registrato questa mattina nuovi massimi relativi a 1,4428 e 1,7974, prima di evidenziare un nuovo repentino cambio di direzione, questa volta negativo e quindi a favore del dollaro. Quest’ultimo movimento può essere solo in parte spiegato, rispettivamente, dal peggioramento dell’indicatore di fiducia Sentix dell’area Euro, e dalla diminuzione dell’indice dei prezzi alla produzione inglese (meno inflazione = tassi più bassi = minore domanda di GBP). Per il resto, il movimento è dovuto a un favorevole accoglimento dell’intervento della Fed da parte degli analisti, e probabilmente dall’aspettativa che questo comporterà un incremento dell’inflazione che porterà gli USA a incrementare il tasso ufficiale nel primo semestre dell’anno prossimo.
Eugenio Accongiagioco
X-Trade Brokers |